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libro pubblicato

Come pubblicare un libro, di Andrea Mucciolo

Eremon Edizioni

Come scrivere un libro, cercare un editore e promuovere la propria opera



Conoscere l'editoria, a cura di Tiziana Iaccarino

Autori ed Editori: facciamo le dovute distinzioni

Allora, si suole condannare l’editoria a pagamento. Giustissimo, se si tratta di truffe ai danni di chi, per ingenuità, sborsa cifre da capogiro, senza poterselo neanche permettere.
Ma vorrei anche parlare dell’editoria con contributo (che non è propriamente uguale a quella a pagamento al 100%) perché poi ci sono anche case editrici oneste che non possono permettersi di investire in chissà quanti autori, soprattutto con la consapevolezza che NON venderanno o che venderanno pochissimo (qualcosa d’insufficiente anche per rientrare con le spese). Vogliamo dare torto pure a loro?

1) Gli editori a pagamento poco onesti sono quelli che chiedono cifre veramente esagerate e spesso non garantiscono grande distribuzione ed assistenza. Ma, soprattutto, sono quelli che fanno pagare dall’inizio alla fine, proprio tutto: la prima tiratura, la seconda, la terza (se proprio si ha successo e si vende) etc. Insomma, non lasciano correre nulla.

2) Quelli che chiedono un solo contributo non esoso, invece, sono quelli che onestamente fanno sapere che non possono sostenere tutte le spese del caso, quelle che pur avendo un’attività certamente tosta, devono però chiedere alla luce del sole e in piena trasparenza un "aiuto" per riuscire ad offrire il trampolino di lancio che chiede l’autore sconosciuto.

Va detto che l'autore sconosciuto, in quanto tale, difficilmente sarà pubblicato gratuitamente (se proprio non ha una botta di fortuna o una particolare conoscenza che gli ha permesso di riuscire in tal senso), anche e soprattutto perché c’è la politica del: “Non ti si conosce, nessuno ti acquisterà l’opera!” E come dare torto a questa realissima teoria?
Dopotutto le cifre dell’editoria italiana parlano chiaro: non si acquistano i libri degli autori sconosciuti se non siano questi ultimi a rimboccarsi le maniche e a promuoversi con le proprie forze. Infatti, il pubblico di lettori che frequenta le librerie italiane normalmente acquista opere di personaggi conosciuti, perché pubblicizzati. Per cui sarà impossibile che acquistino (o che notino su qualche scaffale) l’opera di uno sconosciuto di cui non si parla da nessuna parte o per il quale non si fa alcuna promozione e pubblicità (sempre per la teoria e la pratica che le piccole e medie case editrici non se lo possono permettere. Avete idea di quanto costi la pubblicità sui giornali che contano o in tv? E il web non è certamente più economico in tal senso!).

Per cui gli editori che chiedono "onestamente" un contributo non esoso, ma che permettono di salire su un trampolino tale da esser "metaforicamente" lanciati nel mondo dell’editoria, sono i primi a confessare le difficoltà di vendita e di promozione a cui devono andare incontro gli autori sconosciuti e possono avere un certo "perché".
Spesso si dice: “Anche nomi altisonanti della letteratura un tempo hanno pagato la propria prima opera per farsi pubblicare (come, ad esempio, Moravia e tanti altri) ma … i tempi erano diversi, ma … l’editoria non era quella attuale, ma … si leggeva di più, ma … l’hanno fatto con una casa editrice importante, ma … l’hanno fatto per questa ragione piuttosto che per quella etc …” (quasi a voler giustificare il motivo per il quale l’abbiano fatto).
E, a questo punto, io direi: “Ma che c’entra? Per qualsiasi motivo lo abbiano fatto e in qualunque situazione e per qualunque casa editrice, alla fine L’HANNO FATTO: HANNO PAGATO! (E’ questo quel che conta alla fine: l’aver pagato. Cosa c‘entrano nel discorso le situazioni o le epoche se hanno comunque cominciato sborsando di tasca loro?)”.

E oggi condanniamo quelli che per pubblicarsi pagano "qualcosa" per offrirsi una chance, piuttosto che per andarsi a fare una settimana bianca?
Scusate, ma alla fine chi se ne frega della settimana bianca, se con una cifra ESIGUA (e ci tengo a sottolinearlo, perché è sbagliato pagare tanto, sbagliatissimo: bisogna avere moderazione e sapersi regolare per non regalare soldi!) è stato possibile pubblicare la propria opera e magari ci si è offerti la possibilità di fare qualcosa di veramente bello e positivo?
Se ne fanno di cose inutili nella vita! Si paga per cose assolutamente stupide molto spesso. E allora, ci condanniamo o condanniamo chi, invece di farsi un week end al mare, ci rinuncia per qualcosa di più importante?
Dopotutto la settimana bianca o il week end al mare passano veloci e non lasciano che un ricordo sbiadito di qualche momento passato magari pure a incavolarsi nel traffico per raggiungere la meta agognata, invece di rilassarsi e star bene ma, intanto, anche in quel caso i soldi se ne vanno (eccome se se ne vanno!).

Dunque, facciamoci due conti e riflettiamo su cosa sia realmente importante determinate volte. In poche parole: impariamo a scegliere. Gli editori non sono infallibili e quelli che pagano di tasca propria, di solito, lo fanno per chi conoscono, per gli amici, per i conoscenti, magari per gente che potrà, in qualche modo, favorire o pubblicizzare la loro stessa attività (quindi per strategie di mercato), per i nomi di un certo tipo, per i giornalisti che potranno ricambiare il favore, per i collaboratori etc… o anche per chi è del tutto sconosciuto, ma magari quel giorno ha avuto la fortuna di farsi notare (proprio come se avesse vinto una determinata cifra al Lotto o quasi, ma quanti di noi hanno vinto al Lotto?)
Inoltre, va pure detto che delle volte il talento non c'entra proprio un bel niente, perché le case editrici sono aziende e per loro conta il fatturato, non certo il talento (perché non si mangia col talento, si mangia con i soldi). Per cui difficilmente, anzi proprio rarissimamente qualcuno investirà su uno sconosciuto senza avere delle GARANZIE innanzitutto di vendita e, come minimo, di ricavo investimento.

Per cui, mentre condanniamo tutti gli editori che chiedono soldi per pubblicare, compresi quelli "onesti", domandiamoci prima di tutto, quali garanzie diamo noi a chi decide di riporre una certa fiducia sulla nostra opera, prima di pretendere di pubblicare a spese di chi, coi tempi che corrono, purtroppo, non può più rischiare tanto.

Quindi, chiediamoci innanzitutto: “Se pretendo, spero o desidero che un editore mi pubblichi a sue spese, allora cosa gli garantisco io? Cosa gli offro in cambio? Cosa gli assicuro? Cosa gli posso dimostrare da perfetto sconosciuto (e ultimo arrivato) quale sono? Perché dovrebbe puntare proprio su di me? Chi sono io per riuscire in questo?” E non parliamo del fatto che dovrebbe puntare sull’opera e sul nostro genio, perché nella maggior parte dei casi, si pensa ad altro.

“Quando si è degli sconosciuti con ancora tutto da dimostrare, difficilmente considereranno semplicemente il nostro talento o il nostro genio (incompreso)”.

Facciamoci anche queste domande, perché poi pretendere di esser pubblicati gratis per poi starcene a casa ad aspettare che i libri si vendano o si promuovano da soli, beh… anche quello è un atteggiamento molto criticabile.

Infatti, anche la casa editrice che vi pubblica a sue spese, vi chiederà di darvi da fare e di auto promuovervi per farvi conoscere, perché non potrà fare tutto da sola.

Per cui, prima di chiedere ad una casa editrice d’investire su di voi, chiedetevi per primi cosa siete disposti a fare per non deludere determinate aspettative e per dimostrare che una certa fiducia sia stata riposta con cognizione di causa, perché valete e perché dimostrerete coi fatti di poter arrivare lontano.

E, a questo punto, vorrei aggiungere un’altra cosa: è verissimo che se ci si presenta ad una casa editrice che investe in proprio con un curriculum letterario di opere per le quali precedentemente si è pagato (anche magari poco), successivamente saremo visti diversamente rispetto a chi, invece, ha avuto la possibilità o la fortuna di pubblicare senza sborsare nulla. Ma è pure vero che le case editrici notano anche e soprattutto "dove si è riusciti ad arrivare con un’opera", se ci si è dati da fare, se si è riusciti veramente ad emergere (sebbene con le proprie forze) e soprattutto notano se e quanto un’opera ABBIA VENDUTO ed ottenuto un certo riscontro.
Infatti, saranno determinate vendite poi a far parlare e quasi a fungere da garanzia per il futuro (una casa editrice può decidere d’investire anche per questo motivo: cioè per un autore che in passato si è dato davvero da fare e con il quale immagina così di poter sia rientrare nelle spese che guadagnarci. Per cui questo autore, essendosi distinto, potrà anche sperare che qualcuno, prima o poi, decida di riporre una certa fiducia investendo nel suo operato).
Quindi, diciamo che, se da una parte una precedente pubblicazione con contributo non ci presenta benissimo, allora diciamo pure che potrebbe, invece, presentarci davvero bene "il nostro stesso nome", se si è riusciti a farlo emergere, se si è riusciti a far parlare di sé e soprattutto se sono state le vendite a farci largo, perché saranno soprattutto queste ultime a presentarci e a distinguerci dalla massa di autori autoprodotti che poi, a conti fatti, vende pochissimo, qualunque scelta abbiamo potuto intraprendere.

Vi siete mai chiesti perché quando un libro vende tantissimo, alla fine si evidenzia su una fascetta disposta sulla copertina soprattutto questo piuttosto che altro "per far notizia e attirare l‘attenzione"? Infatti, se un libro arriva a grandi vendite, alla fine dei conti, nessuno più chiederà se è stato pubblicato con contributo o meno, né tanto meno se sia un’opera meritevole: perché saranno esclusivamente le vendite quelle che faranno parlare di più (soprattutto in tempi di crisi economiche come questi) e che, pertanto, attireranno l’attenzione di tutti (compresa quella delle case editrici che investono in proprio).
Quando si arriva ad un determinato riscontro dovuto al ‘saper far parlare di sé’ o alle vendite raggiunte, a nessuno più interesserà come si è cominciato (e se si è pagato o meno per cominciare).

E poi non dimentichiamo che esistono pure quelli che pubblicano senza sborsare nulla, ma che, al pari di quelli che sborsano, non vendono granché. E, a quel punto, pure se non si è sborsato nulla, che senso avrebbe? Certo, si avrà risparmiato, ma se non si ottengono determinati risultati, vi assicuro che nessuno più poi continuerà ad investire di tasca propria su chi non vende (quindi la carriera di quello che non avrà sborsato e, al contempo, neanche venduto, si arresterebbe comunque per il semplice fatto di non esser riuscito a farsi valere).

Infine, torno a ricordare che, purtroppo, il talento non basta, anzi... spesso non è neanche considerato perché oggi sono le logiche di mercato a farla da padrone.

Tiziana Iaccarino

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